NEWS

Aggiornamenti e novità dal portale Escursi.com

RACCONTI

L’escursione vista da chi
l’escursione la vive

APPROFONDIMENTI

L’escursione vista da chi l’escursione la propone

Autore: Paola Bardeglinu

Immergiti nelle bellezze di Alghero tra natura e storia

Immergiti nelle bellezze di Alghero tra natura e storia

Alghero detta anche l’Alguer, la piccola Barceloneta o la Riviera del Corallo. Sono questi gli appellativi che caratterizzano la città e che segnano l’itinerario di questa esperienza.
Le prime cose che accolgono quando si arriva ad Alghero, sono il mare e le mura del centro storico, elementi fondamentali che hanno plasmato il carattere umano, sociale e storico dei suoi abitanti. Per respirare la sua particolare atmosfera è quasi d’obbligo raggiungere subito l’accogliente b&b per liberarsi del carico di valige e zaini così da essere pronti ad addentrarsi tra le vie del centro storico. Altra operazione d’obbligo è mettere via la carta della città e i tecnologici smartphone e perdersi tra le vie lastricate, indicate dalla singolare segnaletica bilingue. È così che si ha la sensazione di essere catapultati in un paesino della Catalogna, invece è l’Alguer, la piccola Barceloneta.

 


Sono infatti le sue strade il primo segno visibile e tangibile della cultura catalana. Alghero, per la sua posizione strategica, è sempre stata crocevia di popoli che l’hanno fatta propria. Popoli che hanno diffuso semi che inaspettatamente, germogliando, hanno fatto nascere cultura e storia. Ma è indubbiamente la dominazione spagnola, quella che lascia le tracce maggiori, una su tutte la lingua. Il catalano è la madre linguistica di questa città, lo si può sentire sussurrato tra le vie del centro storico, popolato da famiglie di pescatori e corallari.
Se si è fortunati si ha la possibilità di intravedere, tra i portoni aperti delle case che fiancheggiano la muraglia, alcuni anziani, che seduti in piccoli sgabelli ancora intrecciano i giunchi del Calic per dare vita alle nasse oppure i filamenti di palma nana per i cordami. È il territorio che ha sempre dato ai pescatori di questa città i mezzi per costruire gli utensili del loro lavoro. Questi anziani, risorse di conoscenza e di racconti, si possono trovare seduti tra le panchine del lungo mare, della muraglia o delle piazze del centro, dove, se avete voglia e pazienza di ascoltare, sapranno raccontarvi storie degne di Herman Melville e del capitano Achab.
In passato, questi coraggiosi pescatori venivano accolti con le loro imbarcazioni cariche di leggende, nel porto. Oggi questo affascinante luogo ospita il mercato del primo pescato dove, all’alba, i pescatori riversano sui banconi il loro bottino notturno. Una parte del loro pescato si può trovare anche al Mercato Civico dove al suo interno una piccola Boqueria prepara piatti freschi all’insegna della tradizione catalana.

Ma c’è un’altra faccia della medaglia nel mondo dei pescatori, che lega Alghero al suo ultimo appellativo, quello di Riviera del Corallo. È il mondo dell’oro rosso, il corallo. La pesca del corallo, arrivò ad Alghero grazie ai pescatori di Torre del Greco che, saputo della grande quantità di corallo nella costa, arrivarono in città e insegnarono a gli algheresi questo pericoloso mestiere. Le piccole botteghe artigiane sono la sede degli orafi che con grande maestria lavorano il corallo trasformandolo in gioielli preziosissimi. Ed è proprio in queste roccaforti che gli artigiani sapranno raccontarvi la storia della lavorazione di questo manufatto, che può essere approfondita nel Museo a lui dedicato.
Questo primo giorno intenso, all’insegna di leggende avvincenti, vi darà le energie e la voglia per affrontare il giorno successivo che vi porterà a visitare il Parco di Porto Conte. Il primo passo è decidere se visitarlo stando comodamente seduti in una macchina elettrica o se cimentarsi cavallerizzi per un paio d’ore. Qualsiasi sia la scelta, ne varrà sicuramente la pena! Il Parco nella sua immensità offre una vasta scelta di territorio.

Non si può rinunciare a visitare Punta Giglio, caratterizzata da diversi percorsi segnalati con colori differenti a seconda della difficoltà e della lunghezza. I sentieri sono dotati di tavoli e panche in legno dove è possibile fermarsi a mangiare e rilassarsi. Uno dei percorsi porta all’estremità di Punta Giglio, dove si apre alla vista un panorama a trecentosessanta gradi sul golfo di Alghero. Il promontorio di Capo Caccia la fa da padrone, il gigante addormentato è lì che riposa e guarda da privilegiato la nascita e la fine di un nuovo giorno. Sono visibili il famoso fortino e alcune strutture che richiamano alla memoria il secondo conflitto mondiale. Se si vuole continuare a viaggiare sulla scia di questo periodo storico ci si può spostare verso la torre di Terra Nova. La torre ospita il Museo di Antoine De Saint-Exupéry che visse ad Alghero dal maggio del 1944 fino al luglio dello stesso anno proprio in una villa posta su una lieve altura davanti alla Torre Nuova. Il pilota visse ad Alghero in quanto volò per le forze aeree alleate americane di stanza nella base militare di Fertilia. Se invece si vuole vedere da vicino la fauna del Parco, non può mancare la visita all’oasi faunistica di Prigionette. Anche qui, attraverso diversi sentieri, ci si può trovare davanti ad asinelli bianchi, daini e cavalli allo stato brado. Ma è soprattutto se si alzano gli occhi al cielo, che si possono vedere volteggiare i grifoni, specie in via d’estinzione e che qui ha trovato un rifugio sicuro grazie alle guardie del parco che quotidianamente li monitorano.

Il Parco è vasto e offre scorci e panorami da togliere il fiato. Non basterebbero mille racconti ricchi di enfasi per rendergli giustizia. Alghero è una città per certi versi romantica, i colori pastello del mare e quelli aspri dei suoi rilievi, regalano albe e tramonti indimenticabili.

C’è solo un modo per vederli: visitare Alghero!

Due giorni alla scoperta di Bitti

Due giorni alla scoperta di Bitti

Per fare questa esperienza bisogna lasciarsi alle spalle la quotidianità ed essere disposti a calarsi nel mondo di fatica, amore e dedizione dei pastori. Bitti è la cornice di questo viaggio, è la linfa che alimenta le testimonianze del passato e le tradizioni che ancora si tramandano da generazioni. La fattoria didattica è la culla di questa realtà e sa accogliere chi ha voglia di lasciarsi trasportare nel passato. Appena si arriva ci si rende conto di essere circondati dalla natura. La fanno da padrone le querce da sughero che, quando si presenta la stagione giusta, danno l’opportunità di assistere alla raccolta del sughero. Abili mani coinvolgono in questa pratica affascinante e antichissima. La pianta spogliata della sua corazza e tinta di rosso vivo rimarrà senza il suo abito, pronto per essere lavorato nella realizzazione dei classici sgabelli e dei i famosi vassoi che, adornati dal verde delle foglie del mirto, diventano il letto per il piatto più apprezzato dai turisti, il maialetto. Calarsi completamente nella vita del pastore significa vivere a pieno la sua giornata che inizia molto presto con la mungitura. Questa pratica quasi rituale, per molto tempo è stata portata avanti da mani ruvide e logore che con una delicatezza decisa e ferma estraevano il latte. Materia prima, unica fonte di sostentamento per le famiglie e a volte unica merce di scambio in un’economia che conosceva solo il baratto.

Oggi questa magia è andata persa perché quelle mani sono state sostituite dalle macchine che hanno alleggerito il carico dei pastori. Il latte munto viene poi trasportato nel piccolo caseificio dove inizia la lavorazione. Il formaggio è il primo frutto della fatica della giornata: mettere le mani nel latte, rompere il caglio e cercare di dare la forma alla pasta è sicuramente entusiasmante. È poi la volta della ricotta che ancora calda è versata nei contenitori e portata in cucina dove inizia la lavorazione dei piatti tipici di Bitti che verranno serviti per pranzo. Svolgere queste attività è l’occasione di sentire i racconti dei pastori. Aneddoti e storie accompagnano questo mestiere, si racconta l’importanza di ascoltare e rispettare la natura, di conoscere il proprio gregge, di sapere che ad ogni campana che adorna il collo degli animali, corrisponde uno ed un unico suono diverso da tutti gli altri, di contare le fasi lunari indispensabili per il calendario. Tutto è rievocato e narrato con semplicità e intensità. La giornata si conclude con la transumanza. Il gregge viene portato al pascolo e anche questo diventa momento di condivisione e occasione di racconto. Bitti, parte integrante del Gennargentu, ha un territorio prevalentemente granitico dove la macchia mediterranea è preponderante.

Questa biodiversità, oltre all’economia agropastorale, ha dato la possibilità di far crescere anche una realtà viticola in espansione, con la produzione di vini di eccellenza che si possono degustare durante i pasti nella fattoria. La transumanza è anche opportunità di lunghe passeggiate in completo relax. Inoltre in questo spazio è possibile avvicinare gli altri animali che animano la fattoria e fare esperienze dirette anche con questi. Un’ultima nota da segnalare è la possibilità di sentire, mentre si è immersi in questa realtà atavica e ancestrale, il suono della lingua sarda. Il sardo, lingua neolatina a tutti gli effetti, è la musica che contraddistingue questa parte di mondo. Il bittese è la varietà più conservativa della Sardegna, si può riconoscere il suono delle “t” che è rimasto invariato nel passaggio da una lingua all’altra. La durezza di questa lingua diventa melodia con il canto a Tenore, che ha fatto di Bitti il monumento e il capofila di quest’arte. Dichiarato dall’Unesco Patrimonio Immateriale dell’Umanità ha dato al paese il Museo multimediale del canto a Tenore.

Vivere questa vita anche solo per due giorni accende la voglia di ripetere questa esperienza per cercare di carpire altri segreti e per continuare a sentire affascinanti storie raccontate dalla sapienza di queste persone. È un ambiente accogliente, adatto anche per le famiglie, i bambini sapranno sicuramente entusiasmarsi più degli adulti. Quando si sceglie di viaggiare ci si deve far plasmare dal luogo che ci ospita, bisogna farlo nostro e permettergli di sedimentarsi dentro di noi affinché si trasformi in un’esperienza. Questo piccolo mondo è espressione della collettività dei pastori sardi e della loro esistenza.