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L’escursione vista da chi l’escursione la vive

Dall’alba al tramonto tra archeologia e segreti della Sardegna

Dall’alba al tramonto tra archeologia e segreti della Sardegna

Quando si parla di luoghi sacri e magici che hanno alle spalle una storia antica fatta di riti e di simboli, la Sardegna è al primo posto! Nuraghi costruiti secoli fa, templi, tombe dei giganti, domus de janas e complessi preistorici riempiono il territorio dal mare all’entroterra, classificando l’isola come uno dei posti con i siti preistorici meglio conservati e tutt’oggi visitabili.
Domenica 17 dicembre, è stata la giornata in cui ho potuto assistere a questi riti magici che tanti anni fa accompagnavano il Solstizio d’inverno, momento in cui si celebrava la vita e la morte del sole.
Non sono una tipa a cui piace alzarsi presto la mattina e ammetto che farlo di domenica è stato abbastanza faticoso. Dopo la sveglia alle cinque ed essermi ripresa dal sonno arretrato mi metto alla guida per raggiungere Torralba, dove si trova il punto d’incrontro con il resto del gruppo. Arrivo a destinazione dopo un’ora di viaggio, poco prima dello sorgere del sole, e raggiungo velocemente la comitiva raggruppata all’ingresso del nuraghe Santu Antine; aspettiamo ancora qualche momento che arrivino le ultime persone e alle sette ci dirigiamo verso il grande complesso, posizionandoci proprio di fronte alle colline da cui di lì a poco sarebbe sorto il sole.
Purtroppo abbiamo beccato la giornata con le più basse temperature di questo inverno: il cielo è leggermente cupo e il freddo è così pungente che passa tra gli strati di vestiti e ghiaccia le mani e i piedi. Le chiacchere che fino a poco prima avevano riempito l’aria cessano e iniziamo il nostro momento di silenzio e contemplazione.
La luce del sole si fa sempre più intensa, man mano che l’alba inizia a prendere forma, e in poco tempo una grande palla gialla sbuca da dietro le colline e illumina i nostri volti e la facciata del nuraghe, sciogliendo lentamente il ghiaccio che si era formato sulla pietra. Un attimo ricco di magia che ci riporta indietro nel tempo, a quando gli antichi osservavano l’alba e l’associavano alla rinascita, alla vita e alla vittoria delle luci sulle tenebre.
Quando il sole sparisce dietro i nuvoloni che nel frattempo hanno raggiunto le nostre teste, ci spostiamo al bar per riscaldarci e fare colazione, e dopo una pausa in tranquillità ritorniamo al nuraghe dove ci presentiamo tra di noi e dove Ilaria, la guida, e Mauro Zedda, studioso di archeoastronomia, ci iniziano a spiegare il significato che il Solstizio aveva per le religioni antiche e per la civiltà nuragica, ipotizzando il possibile collegamento con gli orientamenti astronomici. Non sono una persona che si intende di queste cose, ma è sicuramente interessante scoprire come le persone che anni fa abitavano la Sardegna basavano le loro costruzioni e le loro attività sulle stelle e sul ciclo del sole!
Entriamo dentro il complesso nuragico, il più importante della Valle dei Nuraghi, e iniziamo l’esplorazione della struttura, tra bastioni, scalini e stretti corridoi che collegano le varie sale. La base principale è composta da due piani ed è la prima volta che vedo un nuraghe di questo genere! Pensare che sia stato costruito millenni fa e che regga ancora oggi, nonostante le intemperie e il tempo, è qualcosa che lascia stupefatti e riempie la testa di domande, che fortunatamente ricevono risposta immediata grazie alla preparazione delle nostre guide.


Dopo aver fatto un pranzo al sacco, prendiamo le macchine e ci dirigiamo alla necropoli di Sant’Andrea Priu, sita nel comune di Bonorva, a pochi chilometri dal nuraghe. Arriviamo in una valle circondata da colline rocciose e da tanti alberi dai colori autunnali (qui sembra che l’inverno non sia ancora iniziato) e mi lascio trasportare dalla natura suggestiva che contraddistingue questa zona centrale dell’isola. Le Domus de Janas sono nascoste tra due pareti rocciose e per arrivarci prendiamo una stradina non asfaltata che conduce direttamente davanti al complesso.
Paghiamo il biglietto, entriamo nel giardino antistante la necropoli e qui ci troviamo avvolti da un forte silenzio e dal profumo di storia e antichità: è qui che si trova la Domus de Janas più grande della Sardegna, chiamata Tomba del Capo! Fu costruita come tomba ipogea per contenere i defunti e nel periodo bizantino venne trasformata in chiesa rupestre; è infatti per questo motivo che all’interno si trovano i resti di alcuni affreschi. La costruzione iniziale è stata allargata con il tempo ed oggi presenta un’estensione di 250 mq e contiene 18 vani.
Entriamo tutti all’interno di questa struttura e ci sediamo in silenzio nelle due stanze più interne, aspettando che il sole tramonti e che avvenga la magia che contraddistingue questo centro archeologico, ritenuto uno dei più suggestivi della zona. Durante il Solstizio d’inverno il sole, calando dietro i monti, penetra fino all’ultima camera e illumina la falsa porta nel muro, elemento simbolico che indica la divisione tra il mondo dei vivi e quello dell’aldilà.
Abbiamo aspettato questo fenomeno nel buio della stanza, in rigoroso silenzio, alcuni con gli occhi chiusi, altri in stato di meditazione, ma purtroppo quando i raggi stavano per raggiungere il punto preciso del muro, delle nuvole hanno oscurato la luce, che pian piano è diventata sempre più fiocca fino a scomparire. Nonostante la delusione iniziale è stato un momento liberatorio, dove la mente e l’anima si ricongiungono alla terra da cui siamo nati e in cui ritorneremo dopo aver vissuto la nostra vita. – Tranquilli ora non inizierò con frasi filosofiche e romantiche! –
Usciti dalla Tomba del Capo ci dividiamo e visitiamo il resto della struttura: entro all’interno della tomba affianco alla principale dove dei ragazzi stanno intonando delle melodie all’interno dei vani. C’è una perfetta acustica, la voce rimbomba, quasi come ci fossero dei microfoni, e la musica fa quasi vibrare la grotta. E’ un momento perfetto che fa immergere ancora di più nella magia che circonda la necropoli!
Per chiudere in bellezza la giornata saliamo sopra il complesso dove si trova una strana roccia chiamata ‘toro sacro’, che è stata modellata con il tempo dagli agenti atmosferici e che in passato si è pensato fosse una monumentale scultura. E’ qui che ci salutiamo prima di separarci per tornare tutti a casa.
La giornata è stata sicuramente un misto tra fascino, antichità e suggestione e viverla proprio durante il Solstizio è stato come un tuffo nel passato ed una immedesimazione nelle popolazioni che abitavano la zona e che, come testimonianza della loro esistenza, ci hanno lasciato questi siti archeologici importanti!

Perdersi nell’immenso Canyon di Gorroppu

Perdersi nell’immenso Canyon di Gorroppu

La Sardegna è un’isola selvaggia e affascinante che sorprende e conquista per l’immensa bellezza e per i piccoli tesori naturalistici e archeologici che si nascono in ogni angolo: uno di questi è sicuramente il bellissimo canyon di Su Gorroppu, una spaccatura lunga 1,5 km immersa nella natura più autentica ai confini tra la Barbagia e l’Ogliastra.

E’ proprio qui che ho trascorso quest’ultima domenica, completamente circondata dalle alte mura del canyon, che si innalzano per 500 metri d’altezza, e stordita dalla straordinaria forza della natura capace di creare luoghi così suggestivi.

Dopo la sveglia alle prime luci del mattino e un lungo tragitto in macchina, arrivo con un’amica al punto d’incontro, proprio all’uscita del paese di Dorgali, dove ci attende la nostra guida e il resto del gruppo con il quale passeremo le successive ore di trekking.

Scambiati i primi convenevoli saltiamo tutti su una jeep e ci dirigiamo all’ingresso del sentiero per Su Gorroppu, attraversando una pianura ricca di vigne dai colori autunnali e piccoli cipressi che ne delimitano i confini. Arrivati ad un cancello parcheggiamo e ci prepariamo ad iniziare la nostra escursione: sei km per andare, una strada con varie discese e salite e il sole caldo, che ci aveva graziato per questa giornata, che ci riscalda sotto gli strati di vestiti.

Iniziamo il trekking immergendoci sempre più nel Supramonte, sotto il bosco di leccio e lentischio e circondati da alberi di mirto e corbezzolo, una delizia selvatica per il palato. Rimango estasiata per il panorama meraviglioso, dove alte montagne verdi si susseguono una dietro l’altra, e quasi senza fiato per le salite dato che non sono per niente allenata per le escursioni!

Lungo la strada troviamo delle fonti d’acqua fresca dove rilassarci un attimo e riempire le bottiglie per dissetarci lungo il cammino; superata la seconda fonte il sentiero si fa più stretto e passa sotto gli alberi che intrecciandosi creano una galleria naturale sulla strada. Il vento freddo soffia lievemente e le foglie rosse dei rami volano dolcemente sui nostri visi, creando un’atmosfera suggestiva e quasi fiabesca; uno spettacolo semplice quanto magico!

Camminiamo lenti, facendoci superare da altri gruppetti (chi sa dove andavano con tutta quella fretta?), e ascoltiamo attenti le storie del canyon e le piccole curiosità che la guida ci racconta accuratamente, felice di poter rispondere alle tante domande che gli facciamo.

Dopo circa due ore e mezza gli alberi iniziano a diminuire e scendendo una ripida discesa tra le rocce ci troviamo di fronte al maestoso ingresso di Su Gorruppu. Che dire, un capolavoro della natura che non trova parole per essere descritto! Paghiamo un piccolo pedaggio e ci infiliamo tra le alte mura, scavalcando grossi massi bianchi e lisci e passando sopra a rami levigati incastrati tra le rocce.

In alcuni punti si nascondono delle pozze d’acqua limpidissima e trasparente che fanno venire voglia di fare un bel bagno, ma visto il vento freddo che attraversa veloce la gola e si insidia sotto i vestiti ci rinunciamo; sarà per la prossima!

Infilandomi nel cuore del canyon mi sento come una piccola formica che esplora quasi timida un nuovo mondo, dove il silenzio regna sovrano spezzato solo dall’eco delle nostre voci. Le pareti laterali non sono delle semplici rocce grigie, ma sprigionano vita: il giallo, l’arancio il verde e il nero sono i colori che dominano Su Gorroppu e la guida ci spiega che le colate nere, che a primo impatto sembrano di origine vulcanica, sono invece dei licheni che muoiono e diventano scuri a causa degli sbalzi di temperatura a cui è soggetta la gola ogni anno; in estate un caldo che… spacca le pietre, per intenderci, ed in inverno un freddo glaciale!

Se da fuori sembra tutto calmo e piatto sotto terra, a 500 metri di profondità, scorre impetuoso il Rio Flumineddu, il fiume che con il tempo ha modellato uno dei canyon più profondi d’Europa. Insomma, qualcosa di straordinario che solo a pensarci mi fa venire i brividi.

Dopo essere scivolata – non proprio come Indiana Jones, precisiamo – su massi enormi, aver saltato da un lato all’altro piccoli fiumiciattoli ed essermi arrampicata su lunghi rami di legno, arrivo alla fine del percorso di media difficoltà: qui i massi non sono più enormi, ma giganteschi e ostruiscono qualsiasi possibile sentiero, impedendo il passaggio se non con le funi e la dovuta attrezzatura. Qui l’acqua cola dalle rocce sporgenti, creando piccole cascate che cadendo sui massi rendono scivolosa la camminata -a dire che avevo intenzione di andare con le scarpe sportive e non con quelle tecniche-, e l’umidità diventa sempre più alta.

Per concludere in bellezza la faticosa camminata ci sediamo sulla fredda pietra e ci godiamo il nostro pranzo a sacco. La guida ci offre del buonissimo Cannonau fatto in casa e dei dolcetti di cotognata, la marmellata solida ottenuta dalle mele cotogne, da leccarsi i baffi.

Riprendiamo il nostro cammino che il sole ha lasciato il posto alle ombre e al freddo del primo pomeriggio e raggiungiamo di nuovo l’ingresso della gola, dove ci fermiamo a contemplare il piccolo fiume che sgorga da sotto terra e continua il suo tragitto tra i monti in lontananza.

Risalendo il sentiero e lasciando questa meraviglia alle spalle provo già nostalgia, consapevole che non la rivedrò presto, ma in un batter d’occhio guardo avanti e inizio a muovere lentamente i piedi, ricordandomi che mi attende ancora tutta la strada del ritorno!

 

Trekking tematico nel Sentiero dei Banditi

Trekking tematico nel Sentiero dei Banditi

A circa 850 metri sul livello del mare, appena lasciato il paese di Scano di Montiferro, Castagni, Lecci e Agrifogli si incontrano e si intrecciano fino a creare la foresta del Sentiero dei banditi.

Eccomi di nuovo di qua. L’isola è sempre la stessa. È circondata dagli stessi mari ed è battuta dagli stessi venti ma il luogo che ho visto con questa escursione sembra non appartenerle. O semplicemente sembra non appartenere alla mia idea di Sardegna.

Io, come sempre, sono poco preparata ed arrivo in ritardo; noto presto e con piacere però che avrò tanti compagni di trekking, tutti sorridenti e provenienti da diverse parti dell’isola; le nostre guide sono due ed uno di essi, Antonio, è il narratore.

Cosa ci fa un narratore per un sentiero di trekking?

Semplice. Questo percorso è lo scenario di storie avvincenti che si sono succedute per secoli e che scopriremo di lì a poco. I protagonisti sono gli antichi romani del 250 a.C, così come gli spagnoli o il governo piemontese del 1700. Iniziamo senza temere e ci addentriamo nella foresta. I passi si muovono silenziosi spingendoci sempre più in altro, sempre più nel cuore di questo verde intenso ed umido (fortunatamente avevo portato il kway). Lo scenario che ci circonda è quello delle fiabe; mi aspetto di trovare folletti o di schiacciare qualche casa dei Puffi.

Arrivati alla prima fermata lo spettacolo è davvero insolito. Siamo solo a 15 km dal mare, a mezz’ora di trekking dal punto di partenza, eppure sembra di stare in un’ altra terra, nel pieno di un’altra epoca; scopro presto che gli agrifogli dai quali siamo circondati sono una testimonianza dell’epoca glaciale. In effetti sono talmente fitti che permettono al sole di far filtrare ben pochi raggi ed il mio kway inizia quasi a non bastare (fortunatamente avevo portato la felpa). Ci sediamo sopra le radici di questi giganti di oltre dieci metri mentre il narratore continua a raccontarci la sua storia. Sembra impossibile che questa foresta abbia subìto così tanti abusi. Gli incendi, le 8000 piante abbattute per la costruzione di ferrovie e bastimenti; oltretutto finite quasi tutte sul fondo del mare. I celeberrimi banditi come Francesco Medda o i fratelli Masia forse organizzavano le loro scorribande seduti sul tronco muschiato di fronte al mio. Dopo qualche biscotto prodotto in casa e del caffè caldo offerto dalle nostre guide procediamo sempre più in alto, verso la vetta.

Sembra improvvisamente Natale intorno a noi e questo verde intenso accompagnato dal profumo di eucalipto permettono di entrare davvero all’interno delle storie che ascoltiamo rapiti. Arriviamo ai 1000 metri e lo spettacolo è immenso. Dalla punta più alta del territorio scanese, chiamata Roca Sa Pattada, si può vedere chiaramente tutto il panorama circostante, e ci si può far riscaldare dal sole sdraiati su un prato fiorito. Questa posizione era strategica per i banditi. Era facile da quassù controllare il territorio ed era altrettanto semplice disperdersi nella fitta foresta non lasciando tracce. Siamo completamente soli quassù; si ride delle peripezie che hanno caratterizzato l’ultimo tratto di trekking nel quale hanno installato delle funi per rendere più agevole il passaggio… e no, non sono caduta. Una volta rifocillati e riposati ci mettiamo nuovamente tutti in cerchio, pronti ad ascoltare il finale tanto atteso di questa storia. L’onore, i signorotti locali con i loro scagnozzi, i furti di bestiame, le vendette. Non svelerò la conclusione della storia, a meno non quella della foresta. Io dopo aver esagerato come sempre con le porzioni del pranzo al sacco ed aver sottovalutato quelle dei capi con i quali coprirmi ho realizzato di dover scendere verso il punto di partenza. Ho percorso il ritorno atteggiando il passo quasi fossi la banditessa ritratta sulla copertina del libro omonimo. Sguardo di chi è pronto a regolare i conti e bandana sul viso. Il trekking si è concluso e quello che mi rimane è la strana sensazione di essere salita su una macchina del tempo ed aver vissuto per qualche ora un’epoca lontana, e di essermici anche trovata davvero bene; e poi ho capito: forse è quell’eucalipto che se respirato troppo causa banditismo.

Quad 4×4 nella Riviera del Corallo ad Alghero

Quad 4×4 nella Riviera del Corallo ad Alghero

Per questa nuova avventura, dopo i mille chilometri di trekking all’Asinara e il SUP a Porto Torres, in un Agosto rovente in Sardegna, diciamo che speravo di dover raccontare una bellissima escursione a Stintino; magari di quelle su uno Yacht lussuosissimo presa a sorseggiare Moscow Mule ed a preoccuparmi solo di spalmare la crema solare ogni ora. E invece la mia storia parla di terra, sgommate, adrenalina e paesaggi che da uno yacht non si possono proprio vedere.

Pomeriggio dell’Agosto più rovente degli ultimi anni, la guida di oggi è un amico, Eros.

Di quegli amici che trovano l’indianata arrivando in piena notte sul SUP, con la lucina da minatore sulla testa e senza leggere nemmeno dove l’avessimo organizzata. In più è un amante dei motori. Una combinazione perfetta per un’escursione così.

Metti dei vestiti che puoi anche sporcare!” raccomanda lui. Ecco com’è iniziata.

Ho salutato i miei cari più volte prima di cimentarmi in quest’impresa. Ho riempito fino all’orlo la ciotola di crocchette del gatto e mi è scesa quasi una lacrima all’idea di poter perdere il finale di Game of Thrones. Come sempre ho affrontato l’escursione con enorme coraggio insomma.

Tutto pronto, non avevo scuse. Appuntamento prima delle 16 in sede. Regole generali di utilizzo del quad “Side by Side”. Cinture regolate e ben strette e si parte. Il rombo di un motore 600, con sedute fianco a fianco attira lo sguardo di molti. Mi sento già invincibile e invidiata quasi se fossi sul famoso yacht. “Devi solo tenerti a questa maniglia davanti. Ricordati di non mettere mai le mani fuori, perché nel caso dovessimo cappottare…Scherzava naturalmente; o comunque l’ho sperato per tutto il tempo.

Il tour procede per il Nuraghe Palmavera, e da qui si svolta per uno sterrato che come tutto il resto del percorso sarebbe inagibile con qualsiasi altro mezzo. Ciò significa che davvero poche persone hanno avuto la possibilità di vedere Alghero da questo punto di vista. Procediamo tra sgommate e profumo d’elicriso verso una strada panoramica che affaccia sul golfo di Porto Conte, una meraviglia immersa in uno spazio incontaminato. Dopo aver cercato di non impolverare il fruttivendolo che sosta alla fine nel primo sterrato procediamo per il Belvedere di Capo Caccia. La meraviglia dell’isola della Foradada che si staglia davanti a noi colpisce tutti. Io vivo qua da sempre e l’avrò vista davvero tante volte eppure è uno di quei posti che esprime tutta la potenza e la magnificenza della natura. Il tempo di qualche foto, due sorsi d’acqua e con le bandane sul muso ci avventuriamo verso nuove tappe: il golfo di Porticciolo, la Torre Bianca aragonese di Porto Ferro, il Lago di Baratz il tutto tra divertenti sobbalzi e picchi di adrenalina/paura che ho provato soltanto durante il primo Dracarys della Regina dei draghi (vedi Game of Thrones ndr) . Durante le nostre scodate e le curve da Blu Tornado di Gardaland incontriamo di tutto: gruppi di scout in pellegrinaggio per preparare il bivacco; mamma e Bambi direttamente da Walt Disney che passeggiano; automobili che, credendosi noi, si impantanano. Sì, questo modo di accedere gli angoli nascosti della mia isola mi ha conquistata. È stato proprio come cambiare prospettiva; conoscere ciò che credevi di sapere a memoria guardandolo da un altro punto di vista permette di stupirti sempre.

La fine del tour arriva in seguito ad un tragitto davvero suggestivo che permette di ammirare tutta la città dall’alto e ad un rifocillante aperitivo con prodotti della zona; Mentre lavo via la terra dal viso e dalle braccia penso a 2 cose: la prima è una riflessione riguardo quanto sia meraviglioso conoscere qualcosa che ami così tanto sotto un aspetto diverso, da un punto di vista a volte scomodo ma avvincente e avventuroso; e la seconda è che non veda l’ora di imparare a fare i cerchietti con la mia Lancia Musa.

Tour costiero in SUP a Porto Torres

Tour costiero in SUP a Porto Torres

Io ho un senso dell’equilibrio molto precario. Perciò non chiedetemi di fare piroette, giocare a campana saltellando su un piede solo o anche semplicemente camminare con un libro sulla testa per correggere la postura. A volte è come se il mio corpo accusasse la rotondità della terra; e questa terra con tutto il girare intorno a se stessa, e ad altri, diciamo che mi fa inciampare. Quindi quando mi hanno proposto l’escursione in un SUP ho temuto per la mia incolumità. Insomma come se mi avessero proposto il bungee jumping senza elastico, oppure il lancio col paracadute senza paracadute. Ma mettermi alla prova e alle volte in ridicolo inizio a pensare che mi piaccia sul serio, quindi mi ritrovo presto a Porto Torres.

Partiamo dalle basi. Il SUP, acronimo di Stand up puddle, consiste nell’utilizzo di una tavola simile a quella utilizzata per il surf ma dalle dimensioni maggiori, sulla quale si può stare in piedi – o in ginocchio nel mio caso – e si utilizza una pagaia apposita per la propulsione. Insomma in qualche modo mi ritrovo nel quartier generale di Marco, l’istruttore, e con una tavola alta e larga il doppio di me e una pagaia da trasportare sulla spiaggia. Una volta arrivata sul lido dello Scogliolungo, con i muscoli in tensione e il sudore sulla faccia vengo rassicurata: questa sarebbe stata la parte più difficile.

Il centro della tavola è questo, piedi divaricati ma non troppo, all’altezza delle spalle. Questo è il movimento della pagaia. Vedrai che ci prenderai subito la mano” dice Marco, “alla fine è tutta questione di equilibrio”. Ecco qua. Fregata.

I bagnanti che ci circondano sulla spiaggia sembra non aspettino altro che la mia caduta. O forse è solo la mia paura a parlare. Prendo coraggio; la tavola è larga e il mio metro e mezzo di statura riesce a bilanciarsi facilmente. Un paio di pagaiate e subito capisco il perché di questo sport. Piano piano si sentono le voci della folla affievolirsi, si sente solo il rumore del mare che viene spostato dai lenti movimenti che gli imprimo per spostarmi, un paesaggio che sembra tutto per me e un pace interrotta solo da un sonoro: “SPLASH!”.

Una scivolata epocale. Il che farebbe anche piacere in una giornata estiva se non dovessi riuscire a salire; fortunatamente ho avuto tempo di allenarmi a risalire su ananas, cigni e fenicotteri gonfiabili quest’estate quindi mi sento professionista. Marco ha una pazienza da manuale, anche quando la corrente mi porta verso la scogliera e io continuo a pagaiare nel modo sbagliato. Mentre gli scogli si avvicinano e io vorrei abbandonare la na… tavola, mi porge la cima e vengo riportata abbastanza al largo da non rischiare un naufragio. Traghettata, umiliata ma in salvo.

Scopro che è la sua professione quella di insegnare, lui prepara i ragazzi nel passaggio alla scuola federale e scopro che questo sport non è solo uno sport per chi lo vive, ma proprio un modo di vivere la vita. La sua attività prevede un vero camp in cui vengono ospitati i “Supper” in tutti i mesi dell’anno; la sua scuola diventa il punto di ritrovo per gli amanti di questo stile di vita. Mi riprometto di riprovare l’esperienza verso Settembre quando con l’arrivo del fresco all’alba e al tramonto organizzeranno dei corsi di Yoga Sup. Sì, ho scritto bene. Yoga Sup. Dopo aver trascorso due ore incolume decido di essere già pronta ad alzare l’asticella e puntare ancora più in alto.

Tanto anche per lo Yoga sul Sup è solo una questione di equilibrio, no?

Escursione con veliero d’epoca nell’arcipelago di La Maddalena

Escursione con veliero d’epoca nell’arcipelago di La Maddalena

“Ricapitoliamo: maschere per snorkeling?”

“Ci sono!”

“Costume di ricambio, maglia termica, felpa con cappuccio”

“Ci sono anche quelle!”

“Abbiamo portato anche materassino, sacco a pelo, tenda?”

“Per una gita in veliero?”
“Quando la tua direzione è La Maddalena fai fatica ad abbandonarla, soprattutto dopo una giornata in veliero. Metto la tenda nel bagagliaio!”

È iniziata così l’escursione nell’arcipelago della Maddalena a bordo di un meraviglioso Veliero Antico. Appuntamento alle ore 10.00 nel porto turistico di Palau. Diciamo che nonostante non mi aspettassi i 35 km di curve tra Olbia e Palau sono arrivata puntuale. Peccato che il mio gps non indicasse l’esatta posizione del veliero. Così, grazie al mio naturale senso dell’orientamento, ho vagato per il porto per 20 minuti, arrivando comunque tardi all’appuntamento; ma eccoli là, un veliero antico, dei grandi sorrisi nonostante il ritardo e via verso acque dai colori che prima di questa escursione non avevo mai visto.

Insieme a noi sul veliero ci sono una coppia e due amiche con un bimbo stupendo. Non è la mia prima volta nell’arcipelago. L’anno scorso ho trascorso qualche giornata di vacanza a sguazzare in quel mare meraviglioso, a scarpinare in quella natura selvaggia, a godere del suo profumo ed il suo silenzio. Ma con il veliero arriveremo in luoghi inaccessibili con un trekking. La navigazione lenta permette di ammirare meglio il paesaggio che ci circonda; tutto è di un blu intenso, denso di una storia che lo caratterizza come fosse fiero della sua unicità. Nel tragitto ci imbattiamo in una roccia a forma di orso e presto mi rendo conto di quanto sia naturale in questo posto impiegare il tempo a dar il proprio punto di vista sulla forma delle rocce e non su quella delle nuvole. E generalmente ho troppa fantasia e finisce che ci macino sopra scene da film o animali improbabili che riconosco solo io. Ad un certo punto nel blu troviamo un altro colore: rosa. Ci imbattiamo nella Spiaggia Rosa di Budelli, un paradiso dai colori quasi sbagliati. Ma sopratutto un signore di mezza età che ci saluta dando le spalle ad una casetta in legno.

“Nessuno può attraccare qua sulla spiaggia rosa di Budelli e lui è il custode”, dice il Capitano.

“Beh ma come si arriva a fare un lavoro simile?”

“Lui faceva il professore, ha poi deciso che quella vita non faceva per lui ed eccolo qua a vivere e custodire un paradiso.”

Le onde continuavano a cullare il nostro procedere lento verso il Porto della Madonna. Dopo qualche minuto un tappeto color celeste brillante circondava il veliero. Un paradiso dal color Topazio che nonostante il vento freddo di quella giornata mi ha chiamata per un tuffo immediato. È stato come nuotare in una piscina di acqua salata in mezzo al mare, dal quale potevo addirittura ammirare la costa Corsa. Dopo un bel tuffo spanciato ed una risalita rocambolesca dalla cucina del veliero sento arrivare il profumo dell’ottimo pranzo da gustare a bordo, con antipasti locali, spaghetti ai frutti di mare, caffè, dolci e liquori fatti in casa. A pancia piena e vista deliziata decido di diventare la custode di questo luogo meraviglioso per vivere come in Castaway. Un pensiero che mi abbandona presto all’idea che gli spaghetti non crescono sugli alberi e saprei nutrirmi solo di ricci e patelle. Ma mi abbandona anche perché la nostra meta successiva è un’altra: spiaggia di Cala Corsara sull’Isola di Spargi. Diamante. Il primo pensiero è stato questo. Un mare color diamante, scintillava, brillava quasi mentre ci avvicinavamo in quella meravigliosa cala abbracciata da rocce arrotondate dalla superficie liscissima. Io che non so stare seduta sull’asciugamano a prendere il sole in poco tempo ho fatto snorkeling e scalato la parete rocciosa per fare delle foto; appena il tempo di tornare sull’asciugamano e due ragazze russe si facevano fare foto dal mio compagno; in un attimo Tentation island (quindi avventuratevi ma con gli occhi anche dietro).

L’avventura stava finendo ed io guardavo con malinconia l’involversi del blu che tornava piano piano quello più conosciuto. Le onde cullavano il veliero che noncurante arrivava al porto.

“Guarda quella roccia non sembra il profilo di una donna? Vedi il naso, i capelli…” dice lui.

“Si magari proprio di quella russa che ti chiedeva le foto, a me sembra più il profilo di un uomo dall’espressione contrita perché ha appena ricevuto uno schiaffo” Penso io, ma sono un’inguaribile romantica e rispondo “Sembra il paradiso”.

Alla fine sono tornata a casa dopo 4 giorni.

Trekking all’Asinara nel Sentiero del Granito

Trekking all’Asinara nel Sentiero del Granito

Sono ancora entusiasmata dall’escursione a Monte d’Accoddi e decido di intraprendere una nuova avventura. Il sito parla di un trekking nell’isola dell’Asinara, il “Sentiero del granito” per essere precisi. Che ci potrà essere di strano? Una bella passeggiata nel verde e due foto agli asinelli bianchi. Un paio d’ore ed avrò risolto un’altra domenica. Stavolta ingaggio il mio compagno, di vita e di escursione. Che forse dopo avergli fatto perdere il calcio per una gita domenicale non sarà più compagno della prima opzione ma mi gioco tutto.

“A che ora la sveglia, amore?”

Alla risposta so già che sto perdendo almeno 3 a 0.

Appuntamento alle 9 al molo di Stintino. Qua va fatta una piccola digressione sulla mia sbadataggine: diciamo che non vado proprio d’accordo con i dettagli, sai quelli importanti, tipo il reale luogo d’incontro. Insomma parcheggio e sbaglio molo. Autogol. 4 a 0.

In un modo o nell’altro siamo entrati su una barca che ci sta portando all’Asinara (e non in Corsica e questo è già tanto). Sbarchiamo a Fornelli e qui troviamo Giuliana, la nostra guida, ed il resto del gruppo, quello che non aveva sbagliato molo. La sua simpatia e il suo entusiasmo riescono a cancellare il terrore del suono “13 km di camminata”. In fondo non so nemmeno quantificare 200 metri, 40 pollici, 30 libbre. Quindi non mi spavento tanto e iniziamo il cammino. Mi rendo conto d’essere circondata da mille colori, e da una macchia che avevo visto solo molti km lontana da qui. A galoppare in questo paesaggio rendendolo ancora più maestoso fanno capolino cavalli allo stato brado. Corrono, mangiano, ti fissano… Io ho molta paura dei cavalli ma erano così liberi che mi hanno trasmesso una sensazione di leggerezza infinita. Sensazione che viene smorzata subito dalla prima salita sulla ghiaia con le Nike. Nel percorso ci imbattiamo in tantissimi asinelli bianchi, caratteristici di questo luogo, di capretti e siamo talmente fortunati da vedere i mufloni. La sensazione è di un cammino silenzioso, quasi un pellegrinaggio. Ospiti di una natura incontaminata. Qualcuno dice che sembra di trovarsi in Jurassic Park e si aspettano di trovare il T Rex di lì a poco. Io invece osservo tutto come spettatrice di una bellezza struccata e spettinata che non mi viene voglia di sistemare. E non riesco a smettere di pensare al profumo. Cisto ed Elicriso sono i preponderanti, ma in alcuni tratti Giuliana ci ha mostrato l’aglio selvatico, la mente pipirita selvatica, la borragine, il finocchietto selvatico. Penso subito che se non fosse un parco protetto potrebbero organizzare una bella esterna di Masterchef e ne uscirebbe un piatto Gourmet. Però poco dopo troviamo l’assenzio, ed inizio a pensare che deve aver fatto qualche effetto. Consumiamo il pranzo in una delle calette deserte di fronte ad un’acqua talmente limpida da vederne il fondale. “Sarebbe bellissimo restare qui, eh?” dice lui. Espressione soddisfatta che valeva un bel 4 a 4.

L’Asinara però non è solo natura. Questo territorio ha fatto gola a molti ed è oggetto di storie e leggende, come quella riguardanti la sua forma; infatti si narra che Ercole si fosse tanto innamorato di quest’isola da prenderla e con la mano stringerla al centro per tenersela stretta. Ma anche di storie vere che hanno segnato indelebilmente questo territorio, rendendolo l’Alcatraz del Mediterraneo. Come la storia del 41bis. Quest’isola si traveste da castello d’If del Conte di Montecristo di Dumas. Una fortezza splendida circondata dal mare in cui imprigionare i più temuti. Giuliana, la nostra guida, ci racconta tanti aneddoti e curiosità che mi sembra di esserci stata anche io. E presto si scoprirà anche per quale reato.

I 13 km di trekking non sono stati così faticosi ma ammetto di aver esultato alla vista del gommone che mi avrebbe riportata alla macchina. Affronto il tragitto con la promessa di tornare su quest’isola in ogni stagione per ammirare i diversi colori che la adornano. Ed anche con solo un sorso d’acqua rimasta nello zaino. Lui un sorriso stampato sul viso io che guardo sognante l’isola allontanarsi. Sto vincendo la mia partita mentale contro la voglia del mio compagno di stare a casa quando scopriamo che avendo sbagliato molo all’andata la macchina non si trovava in quello nel quale stavamo sbarcando; (un 5-4 al recupero); ma non solo: il molo in cui è parcheggiata la macchina si trova a 3 km di distanza a piedi.

Ho perso 10-4.

A spasso nel Neolitico: escursione a Monte d’Accoddi

A spasso nel Neolitico: escursione a Monte d’Accoddi

Domenica di un Gennaio qualunque, ore 8.
Sarebbe prima mattina anche di lunedì, figuriamoci di domenica. E sono le 8 e 02 ormai, devo alzarmi. La sveglia suona così presto perché ho in programma un’escursione. Diciamo che spinta da tutto questo spirito d’avventura che invade le mie bacheche social decido che è arrivato il momento di alzare il sedere e riempire le giornate libere; magari con una bella boccata di aria fresca nella natura farcita anche di cultura. Certo, non avrei voluto iniziare con tombe di morti defunti e scalinate impervie ma ho deciso: per oggi la tv potrà stare senza di me. La direzione è Porto Torres. Vado a prendere un’amica e ci mettiamo in marcia verso l’altare di Monte D’Accoddi. Ho con me tutta l’attrezzatura fondamentale: GoPro, scarpe da ginnastica, felpa Decathlon, occhiali da sole per mascherare l’hangover e subito mi confondo senza destar sospetto in mezzo agli escursionisti pro (come l’action cam che dovrebbe farmi sembrare sportiva). Vengo immediatamente colpita dal gran numero di persone che la domenica percorrono chilometri per un’escursione tra le tombe. Inizio a pensare che ci sia davvero qualcosa di interessante. Sono tutti cordiali e ci presentiamo con un gran sorriso e delle forti strette di mano. Ecco, queste mi spaventano perché inizio a pensare che dovremo affrontare una prova fisica che metterà a rischio la vita di tutti noi. Il pentimento e la voglia di scappare un po’ mi attraversano. Ma arriva la guida, gentile e così sorridente e propositiva che mi fa sentire tanto al sicuro che decido di intraprendere questo cammino. Alla fine di un sentiero ci imbattiamo in un grande prato verde, disseminato di margherite bianche, le mie preferite. Ad ergersi in mezzo a tutta questa natura l’altare di Monte D’Accoddi, del quale subito colpisce la maestosità quasi altezzosa che sembra dirti “Ehi, sono resistito più di 4500 anni e tu sei già affannata dopo 30 scalini?”. Riprendo fiato e ammiro la vista. Quassù nel 3500 a.C. sorgeva un tempio, nel quale venivano fatti sacrifici per gli Déi. A quel punto, per me, il sacrificio era abbandonare quella vista e quel benessere che si crea nello stare in alto ad occhi chiusi a respirare un po’ di tutta quella spiritualità che evapora dalle rocce. Ci sediamo in cerchio sul prato e ascoltiamo la guida raccontare con piacere tante curiosità sull’altare. Facciamo un pranzo al sacco e nel frattempo testo il comando vocale della gopro per immortalare il momento. Ottengo scarsi risultati, i menhir sono di gran lunga più fotogenici di me. Ci dirigiamo verso la seconda tappa: la Necropoli di Su Crocifissu Mannu, poco distante dall’altare. Vi starete dicendo “Ecco, è arrivato il momento dei morti, chissà l’entusiasmo”. E invece ci siamo trovati davanti ad una necropoli di Domus de Janas immensa. Ciò che mi ha colpito è che siano state scavate nella roccia delle tombe utilizzando utensili di roccia. Forse nasce proprio da qua il luogo comune della testardaggine dei sardi.


Domenica di Gennaio, ore 16.
Contro ogni aspettativa l’aria aperta ed il trekking mi attivano e mi ricaricano. Accedo sempre più sorpresa alle infinite stanze create per i defunti pensando che quelle stesse camere, millenni fa sono state calpestate magari dalla versione neolitica di me stessa: ghiotta di conchiglie e con una speranza concreta nell’aldilà. Arriva quello che è stato il mio momento preferito: l’accesso all’ultima domus, dalla grandezza ridotta per cui entriamo in gruppi da 3 alla volta. Io, l’amica che ha subito tutte le mie lamentele riguardo la sveglia presto ed un’altra ragazza parte del nostro gruppo d’escursione. Ci sediamo in questo cunicolo a respirare aria umida nella penombra di una domus creata davvero molte lune fa. In silenzio ammiriamo il graffito di fronte a noi. Immenso. Due diverse teorie intorno alla sua simbologia: che rappresenti un Toro, e dunque la forza, o rappresenti un utero femminile, e quindi rappresenti la vita. Non c’è stato bisogno di dirci quale delle due teorie appoggiassimo, uno sguardo ha suggellato il momento di forza e potenza nell’attimo di vita che stavamo vivendo. Forse simboleggiava proprio questo, cancellando ogni bisogno di appoggiare una o l’altra teoria.
Ore 17 della domenica di Gennaio che ricorderò: ho respirato tra le margherite di un altare del Neolitico, ho scalato la sua vetta che fungeva da raccordo tra cielo e terra, umano e divino e sono andata sotto terra, ho toccato graffiti incisi da roccia su roccia, dove l’uomo alla fine della sua vita tornava ad essere terra. Torno leggera e penso che più che un’escursione sia stata una bella avventura.